Era il lontano 2003, avevo 17 anni e da poco avevo fatto amicizia con Enza, una ragazza che frequentava la mia stessa palestra. Enza era una persona riservata e non era facile avvicinarla, visto che stava sempre col suo lettore cd e le cuffiette, estraniandosi dal mondo circostante. Ma io non ero certo una che demorde e per stringere la nostra relazione un giorno le chiesi che cosa stesse ascoltando, con l’intenzione di rafforzare la nostra amicizia attraverso la musica. Lei mi passò le cuffie e un ritmo assordante penetrò nelle mie orecchie. “Cos’è sta roba?”, chiesi. E lei, solenne, “Prison song, dei System of a Down”.
Da allora ho due precise costanti nella mia vita: l’amicizia di Enza e l’amore per i System of a Down. Ore ed ore ed ore ad ascoltare Toxicity. Il mio spotify non ne può più e cerca di suggerirmi altra musica ma no, bello mio, sorbiamoci ancora un po’ di questa droga. Ricordo che a quell’epoca avevo una cotta pazzesca per Daron Malakian, tanto che per le mie amiche io ero una ragazza col gusto dell’orrido. Come dargli torto, del resto! Ma i System non sono per tutti, non è facile comprenderli. In quegli anni sognavo di poterli vedere dal vivo e grazie a qualche miracolo poterli conoscere. Ma nulla era più lontano dalla realtà, perché il mio gruppo preferito non veniva praticamente mai in Europa a suonare. Ricordo quel 2005 quando vennero per il tour del loro nuovo album (ovviamente al nord, e io da piccola trapanese mi mangiavo le mani) ed io ovviamente ero troppo piccola (e povera) per fare un viaggio per poterli vedere. Poi si sciolsero. E io ci rimasi malissimo: non avrei mai più potuto vedere il mio gruppo preferito suonare dal vivo. E pazienza, un altro sogno non realizzato assieme ad altri. Non ho mai smesso, però, di averli sempre nelle mie playlist. Nel mentre, gli anni passavano, la vita accadeva e quel sogno era rimasto sul fondo del cassetto. Fino all’anno scorso, quando da uno spiraglio fece capolino e si impose prepotentemente tra le mie sinapsi. I SOAD annunciavano un tour in Europa! Solo loro, un concerto intero, no festivals, no collab.
E cosí, quel sogno ormai dimenticato, è divenuto realtà dopo 23 anni: lo scorso 6 di luglio, la 17enne che era in me ha pianto di felicità per aver ascoltato dal vivo quelle musiche assordanti che si portava dietro nelle cuffie per estraniarsi dal mondo. Un’esperienza unica, che devo ancora assimilare. Un’esperienza soprattutto controversa, visti tutti i problemi della location del concerto. Sì perché l’ippodromo La Maura di Milano è famoso per essere uno dei posti peggiori per vedere e soprattutto ascoltare un concerto. Tantissima polvere, acustica di merda e soprattutto zero zone d’ombra. Dalle 3 del pomeriggio sotto al sole cocente, per fortuna ci eravamo accaparrati dei posti relativamente vicini al palco, ma lontani dai bagni e dalle zone ristoro. Ben 30 euro spesi solo per l’acqua! Alla location do voto zero. Allo spettacolo do voto mille!
Daron imprecava contro Netanyahu, la folla cercava Alba, Sergi miagolava e Shavo nascondeva plettri per tutta la città. La prima canzone che hanno suonato è stata proprio quella “Prison song” che ascoltai per la prima volta 23 anni fa. E da li, il delirio. Chop Suey, con gli occhi chiusi e la mano stretta a quella del mio compagno. La gola rauca. La sete. L’emozione di poter dire “c’ero anche io”. Che notte!
Un episodio mi preme di raccontare: quando siamo entrati nel recinto e ci siamo appostati, di fianco a me c’erano due ragazze giovanissime e simpaticissime con le quali ho attaccato bottone. Non erano le uniche persone giovani, ce n’erano infatti parecchie. Loro erano appena maggiorenni e alla mia domanda “come conoscete i SOAD, non sono della vostra generazione” mi hanno dato una risposta che mi ha fatto sentire vecchia: “mio padre ha tutti i loro album e io li ho ascoltati”. Trac! Pugnalata al cuore: quest’anno compio 40 anni e queste ragazze potrebbero essere mie figlie! La cosa positiva è che grazie ai System, due generazioni si sono unite nell’amore per la musica.