Il traffico umano

di Francesco La Rocca

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci,
ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli
. (Martin Luther King)

Non fare mai appello alla “miglior natura” di un uomo. Può darsi che non l’abbia.
È più conveniente fare appello al suo interesse. 
(Robert Anson Heinlein)

Essere indulgenti verso gli altri, severi verso se stessi è un consiglio banale; nell’esistenza è la sola regola da seguire. (Marcel Proust)

Non è tanto importante restare vivi, ma restare umani, non tradirci a vicenda.
(George Orwell)

Da secoli, filosofi, poeti, grandi personaggi della storia e chi più ne ha più ne metta tentano di insegnare la giusta attitudine alla vita mettendo in risalto i più grandi difetti dell’umanità e dando loro le sagge soluzioni verso una vita per davvero più umana. Tutto questo è tanto ammirevole quanto inutile. L’uomo da sempre combatte la sua vera natura, che per ovvie ragioni non è eticamente e moralmente encomiabile, ma questa è. Si prende, si dà e si fotte. Niente di più vero, niente di più umano, inteso nel senso stretto che all’uomo ci riconduce. Ai nostri giorni, per comprendere quanto ciò sia vero, basta fare particolare attenzione a quello che accade nel traffico urbano.

Il traffico è un momento nel quale una moltitudine di persone si trova “insieme” essendo comunque sola, ognuna chiusa nel proprio abitacolo. In questa situazione di vita quotidiana un elemento che accomuna tutti è il raggiungimento di un luogo, che nella vita raffiguriamo come obiettivo, carriera e così via. A questo punto, è facile osservare come tutte le persone reagiscono in egual maniera: può essere una donna, un uomo, un giovane, un anziano. Possono appartenere a estrazioni sociali differenti, ma ciò non infierisce sul loro comportamento identico, il quale mira a raggiungere l’obiettivo secondo la filosofia del “prendi, dai e fotti”. Io per primo ammetto di agire secondo questo pensiero, in noi innato, o comunque sviluppato negli anni a contatto con la nostra società. Per cominciare, se ho la precedenza e qualcuno tenta di interporsi tra me e l’auto successiva, tento di infilarmi prendendo ciò che è mio di diritto pur essendo cosciente del fatto che non cambi nulla in termini di tempo, dato che il nostro ritardo, facendo passare il malcapitato, differirebbe soltanto di una frazione di secondo, ma devo prendere il mio spazio! Altre volte accade il contrario. Sono quelli i momenti di ritorno della coscienza morale che per quasi tutte le ore di veglia della nostra giornata ci abbandona tornando d’improvviso a bussare, allora li capita di dare spazio agli altri, di donargli questo grande piacere di passarci avanti, magari elargendo un gran sorriso che il più delle volte è ricambiato e ci trasmette una sensazione di benessere che ci fa sentire delle persone davvero buone e ammirevoli, quasi prossime alla santità oserei dire. Ma tutto ciò dura poco, pochissimo, il più delle volte. Neanche il tempo di uscire da questa catarsi, questa purificazione da energie negative, che ci rendiamo conto di quanto siamo in ritardo e allora lanciamo sguardi verso la corsia di emergenza. Lì scatta il bel pensiero di fottere il resto delle persone in coda, risparmiando del tempo per noi prezioso, giustificandoci tra l’altro col credere che molti altri come noi faranno lo stesso. Addirittura, cambiamo le nostre mimiche facciali, ci trasformiamo, abbandoniamo per un istante tutti i nostri pensieri e moralismi. Il cervello esclude tutto, lasciando soltanto la nostra meta come bisogno primario del nostro agire, un po’ come un istinto primordiale. Questo è il meccanismo del “fottere” insito in ognuno di noi. Sia ben chiaro che il “fottere” ha le sfaccettature più numerose e particolareggiate del “prendere” e del “dare”.

A questo punto che dire, probabilmente non è facile essere un esempio sociale, ma è a quello che si mira in qualche modo. Il problema del fottere sta nella sua natura, in quanto rappresenta un vizio. Sì, proprio così. Noi fottiamo per vizio, godiamo dei suoi benefici, che ovviamente non sono duraturi nel tempo, ma abbastanza intensi, poi la nostra coscienza rovina leggermente questo piacere. È un po’ come il fumare o il bere. Entrambe le cose le facciamo per gusto, ci danno sollievo e godiamo nel momento stesso in cui accendiamo quella sigaretta dopo il caffè o stappiamo quella birra dopo un’abbondante cena. La nostra coscienza poi, come nel “fottere”, torna a bussare, ricordandoci che in realtà non stiamo dando una grossa mano alla nostra salute.

Cosa pensare a questo punto? Che l’uomo sia specializzato nel “fottere”? Che l’uomo per natura “prenda” e “fotta”, ma dona solo per ipocrisia? Che il “dare” è solo frutto dell’etica e della morale che fanno ormai troppa fatica a resistere fino a questi nostri tempi? A primo impatto, risponderei con un secco e duro sì e che la verità è il non poter cambiare questa nostra natura maldestra, ma, razionalizzando ancora più a fondo, emerge in me il ricordo di una parola: “speranza”. C’è sempre una speranza; c’è sempre una sensazione di benessere che nasce in ognuno di noi quando si fa del bene; c’è sempre qualcuno che dà senza per forza ricevere qualcosa in cambio; c’è qualcosa che ancora può salvare il tutto, perché c’è luce e vita. Il “dare”, a differenza dei suoi fratelli, trasmette in noi qualcosa di speciale, l’energia positiva. Solo quando “diamo” sprigioniamo questa energia, che, al contrario della negativa, è frutto di intenti di rispetto e amore nel suo significato più ampio, donando uno stato di grazia assoluta che nessun’altra cosa è in grado di trasmettere.

In conclusione, credo che l’importante sia continuare a lottare per quest’energia.
E una ragione a tutto questo c’è, però nessuno può comprenderla ne scoprirla per il semplice fatto che non siamo ancora pronti, ma esiste. È un po’ come credere in Dio.

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