La verità ti fa male, lo so

Beat e un po’ rockettara, nel 1966 la bionda Caselli fu una contestatrice grazie a questi ritmi.
Oggi che ce ne siamo fatti? Non della Caselli, che per sua fortuna fece fortuna, ma della contestazione e della verità…

“Io sono colei che mi si crede”.
La verità entra ammantata di nero. Si fa strada direttamente tra le poltrone del pubblico. Gli appartiene, ritengo. La voce non è limpida; è un po’ metallica e mi fa paura. Siamo a teatro nel 2023 e questa frase risuona come fosse nuova e rivelatrice, come se non conoscessimo la morale della signora Frola e del signor Ponza dal 1917.
Lo appunto avidamente, per cercare di tenermi caro il suono inquietante della post-verità, situazione in cui si estrinseca la filosofia dell’inconoscibilità del reale, di cui ognuno può dare una propria interpretazione. Ognuno ha una propria visione delle cose, non esiste l’absolutus, ma tutto è relativo, funzionale allo sguardo soggettivo. L’antipatico personaggio del Laudisi sbeffeggia così gli altri attori sul palco, come se la sua fosse l’unica visione possibile: la verità non esiste, oppure esistono tutte le verità. La cosa è di secondaria importanza, in ogni caso, dato che è decisamente “come pare” a ognuno. E in definitiva ciò è un dramma. Le lacrime degli attori non sono mancate, le sofferenze sono state messe in scena! Troppo è chiedere che le storie appattino, impossibile soddisfare la curiosità rapace del pop-olo.
L’infinita complessità del reale è così fonte di accese diatribe, non è accolta, non si cercano i fili pacificatori, ma solo quei dati di fatto validi per alcuni, e per altri, invece, cianfrusaglie di cui poter dire peste e corna. Seguo la trama con nervosismo per l’accanimento anti-terapeutico della signora Cini & socie sull’enigma. Sento la violenza che riduce al nulla il Vero: “io non sono nessuno”, dice la Verità.

E così è, che a distanza di 106 anni, siamo al crollo di qualsiasi garante meta-sociale:
la curiosità non è più epistemica, evolutiva, ma violenta come quella che vedo sul palco, sulla cui sceneggiata, non a caso, risuono con terrore.

Qualche giorno dopo, guardo la Medea credere forsennatamente ai giuramenti divini. Anche dopo che essi sono stati infranti da Giasone. Anche dopo che, per questo dolore, la rabbia nera le fa sventrare i figlioletti. Eppure, lei crede ed io la invidio.

Io invece a cosa dovrei credere?
A cosa dovremmo credere?
Il lutto nazionale per il “rispetto” che qualcuno deve a Silvio Berlusconi, lo sappiamo, è fascista ed emblematico: 2+2 = 5, ma anche 21. E non si tratta più di salubre relativismo, ma di sporca convenienza per cui siamo ben oltre dal vendere la propria madre. Si tratta di vendere gruppi di madri o di neonati senza fare “biz” o avere scrupoli di coscienza. Cosa differenzia dunque questo dal mondo di Hitler?

E soprattutto, come si vive quando non si sa a cosa si dovrebbe credere?
Pur di perseguire i propri interessi, si può dire tutto e il contrario di tutto (“esiste la verità e non verità”, scriveva Orwell). I social amplificano ciò e la possibilità di distrazione dall’angoscia di una vita disorientata fin dalla nascita. Che poi “distrazione”… parola oggi normalizzata insieme all’idea che tanto basterà una pillolina per ridurre l’ADHD: Disturbo da Deficit di Attenzione e Iper-attività. Ovvero, per controllare e patologizzare e vendere (farmaci in questo caso, ma pure felicità alternative shopping-compulsivo-style)… Ecco il fine del tutto.

Il male fa i suoi interessi e ci racconta la sua verità manipolata, imperialista, per cui chi è (s)porco è Santo e in un modo o nell’altro questo passa. This is the current “CULTURA”! Guardiamo cosa accade oggi nelle aule di tribunale (ero ieri lì) o per le strade, per cui un tizio in doppia fila ti insulta urlando perché gli hai citofonato posto casa per spostare la sua macchina che ti impediva di uscire (scena vista ieri dopo il tribunale).

Come facciamo a scegliere?

“Con il termine verità (in latino veritas, in greco ἀλήθεια, aletheia) si indica il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva, o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso.”  

Indubbiamente, essa non esiste, in nessun caso e non più.

“Scusa” & “L’ho pagata cara la verità”, canta Caterina nel ’66.
…Ma magari!

Noi pop-olo sicuramente la pagheremo cara.

2 thoughts on “La verità ti fa male, lo so

  1. come si vive quando non si sa a cosa si dovrebbe credere?

    Che poi l’ultracriticità e il trop dubitare non sono neppure buoni….

    • La domanda é di spessore, e se ne potrebbe dire molto, ma te la rivolto: chi ci dovrebbe dire a cosa credere? Gli occhi e l’umanità li abbiam tutti…

      Forse il problema é altrove…

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