Ci sono cose che tutti abbiamo provato almeno una volta, ma che non abbiamo mai saputo nominare. Sensazioni piccole, bizzarre, quasi ridicole, che però insistono nella vita quotidiana con la forza delle cose inspiegabili. A volte capita di entrare in una libreria e sentire, all’improvviso, il bisogno urgente di andare in bagno. Una cosa assurda? Sì. Ma abbastanza comune da avere persino un nome: fenomeno di Mariko Aoki.
Il nome viene da una donna giapponese che, negli anni Ottanta, scrisse di provare proprio questa strana urgenza ogni volta che entrava in una libreria. Da lì, l’espressione ha iniziato a circolare per indicare quella sensazione inspiegabile che sembra accadere tra gli scaffali, tra l’odore della carta e il silenzio ordinato dei libri. Non è chiaro se il fenomeno sia davvero universale o se sia solo una curiosa coincidenza trasformata in leggenda culturale, ma poco importa: il punto è che esiste una parola per qualcosa che sembrava non doverne avere una.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché il linguaggio non serve solo a descrivere il mondo: serve anche a rendere sopportabili, condivisibili e persino divertenti le sue stranezze. Dare un nome a una sensazione significa toglierle un po’ di mistero, ma anche riconoscerle un posto. È come dire: non sei solo tu a essere strano, è il mondo che è pieno di strani! Il bello delle parole rare, dei fenomeni strani e delle definizioni quasi segrete è proprio questo: aprono una fessura nella normalità.
E non è un caso isolato. Prendi i tedeschi, maestri del nominare l’ovvio con termini da manuale di psicanalisi: Kummerspeck, il “grasso da sofferenza”, quel chiletto preso a forza di gelati notturni mentre piangi per l’ex. O Torschlusspanik, l’ansia da “il portone si chiude e io non ho combinato un cavolo nella vita”. Poi ci sono gli inuit con iktsuarpok: l’irrequietezza di chi s’affaccia alla finestra ogni 30 secondi per controllare se è arrivato l’ospite in ritardo, come un cane che aspetta la pappa. E non finisce qui: i francesi regalano l’appel du vide, quel sussurro malizioso che ti dice “buttati” quando guardi giù da un ponte; gli olandesi hanno gezelligheid, la cozy-vibes da divano con amici e vin brulé; e i giapponesi pure mono no aware, la malinconia sexy per le cose belle che finiscono (tipo un tramonto o il tuo stipendio).
Insomma, il mondo è un circo di parole ridicole per roba che credevamo solo nostra.
E allora sì: la cacca di Mariko Aoki è una cosa buffa. Ma è anche una piccola prova del fatto che il linguaggio, quando vuole, sa diventare una specie di archivio dell’assurdo.