Watch out for “manosfera” (vedi il caso di “meglio una di meno”)

Cooooosa esser manonsfera? 

La manosfera, termine che prima era di nicchia e oggi, purtroppo, è sempre più al centro del dibattito sociale, indica un ecosistema online fatto di blog, siti e soprattutto account social, al cui interno convivono gruppi diversi ma accomunati da una caratteristica: not all man!

Questi gruppi sono: 

-I “red pill”, che sostengono di aver “capito” le dinamiche relazionali tra uomini e donne;
-Gli MGTOW (Men Going Their Own Way), che rifiutano relazioni e istituzioni tradizionali come il matrimonio;
-Gli incel (involuntary celibates), uomini (ma anche donne) che si definiscono incapaci di avere relazioni sentimentali o sessuali;
-I pickup artist (i miei preferiti), focalizzati su tecniche di seduzione.

Nonostante le differenze, questi gruppi condividono spesso una narrativa critica verso il femminismo e verso i cambiamenti sociali degli ultimi decenni: è tutta colpa delle femministe che vogliono dare più diritti alle donne! 

L’elementi più rilevante della manosfera è il suo punto di partenza: tutto parte da un disagio reale. Molti uomini, soprattutto giovani, stanno vivendo difficoltà legate ad isolamento sociale, precarietà economica, difficoltà nelle relazioni affettive e perdita di “modelli tradizionali di mascolinità” (quest’ultima andrebbe trattata in un post a parte). Le difficoltà relazionali, economiche o identitarie vengono rilette attraverso una lente antagonista: il femminismo diventa il nemico principale, le donne vengono rappresentate come un blocco uniforme, le relazioni sono ridotte a dinamiche di potere. Il risultato è una narrazione semplice, ma potente: se qualcosa non funziona, la causa è esterna e identificabile.

Non avendo aiuti esterni (tipo lezioni di educazione sessuo-affettiva nelle scuole) questi ragazzi/uomini reinterpretano il tutto attraverso chiavi ideologiche semplificate, che trasformano frustrazione personale in narrazioni collettive polarizzate. Si va dalla ricerca di supporto, quindi, alla radicalizzazione. In sostanza, è più facile odiare accompagnati, che sanare da soli.

Perché ve ne sto parlando? Perché è importante sapere dell’esistenza di un fenomeno che non può essere relegato a pura misoginia ma che rappresenta piuttosto un sintomo di trasformazione sociale più ampia: ridefinizione dei ruoli di genere, cambiamenti economici, evoluzione delle relazioni.

Un esempio emblematico è il gruppo Facebook “meglio una di meno che una femminista di troppo”, che ha attirato attenzione per contenuti esplicitamente ostili verso le donne e il femminismo. In questo caso la manosfera si presenta con uno slogan ironico in superfice ma devastante nella sostanza, un messaggio apparentemente goliardico ma che rivela le caratteristiche di odio di genere. 

È una strategia tipica anche della manosfera internazionale: usare l’ironia per abbassare le difese, rendere accettabili contenuti estremi, creare complicità tra membri attraverso il linguaggio. In questo modo, ciò che sarebbe inaccettabile in un contesto esplicito diventa condivisibile e virale. Il movimento originale “non una di meno” si batte contro le violenze di genere e i femminicidi; ribaltando il nome in “meglio una di meno” si sta offendendo…beh non dico tutte le donne vittime di violenza e le loro famiglie ma proprio il genere umano intero. 

Si sono difesi dicendo che era uno scherzo. E certo, facciamocela una cazzo di risata, no? Che divertente! Rido proprio pensando al fatto che 53 mila iscritti a questo gruppo abbiano un senso dell’umorismo cosí sviluppato da capire che era tutta una burla! 

Un altra linea di difesa è quella che il movimento non incita all’odio ma è semplicemente uno spazio di educazione anti-femminista e anti-wok. Minchia, vantati! Cioè ci facevi più figura se dicevi che era un inno all’odio! Dietro la difesa di questo presunto spazio ‘anti-woke’ e ‘protettivo’ si nasconde una strategia più classica: rovesciare il linguaggio femminista, deriderlo e normalizzare l’ostilità verso i diritti delle donne.

Quello di cui le nuove generazioni hanno bisogno è proprio ciò che il ministro Valditara non vuole. E se ci pensate è un cane che si morde la coda: se la legge imponesse a tutti l’obbligo dell’educazione sessuo-affettiva, il ministro avrebbe perso i voti di quei 53mila iscritti al gruppo di cui sopra. E figurati! 

Ci vuole una rivoluzione, ci vuole! E far capire alle nuove generazioni che non sono soli, che l’odio non è una risposta e che bisogna imparare a sentire se stessi, i nostri sentimenti e stati d’animo per non sfociare nella violenza. Ci vorrebbe una psicologa a vita per ognuno di noi, tipo medico di famiglia. Ci vorrebbe più comunità, più relazioni tra le persone non finalizzati al rendiconto personale. Ci vorrebbe un mondo un po’ più hippie. 

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