Striscia la notizia e la Normoticità

Avrò avuto 10 anni o meno, non avevo ancora i miei occhialoni azzurri a fiori e stavo appiccicata alla tv (non ci vedevo e lo capirono così!) a guardare Striscia la notizia poco prima di cena. Saranno state, che so, le 20. Il film della sera, che indicava che si stava finendo di cenare e che si era alla fine della giornata, iniziava alle 20:30 e su Striscia, quindi io tiravo un sospiro di sollievo in vista delle 2 orette e più di relax che mi sarei goduta.
Sogno o son desta? Sono l’unica a ricordare di questi orari? Sono l’unica ad anelarli ed a stranirmi per come la routine della maggior parte delle persone che conosco sia oggi settata, senza colpo ferire, su cene tardive e giornate sempre più infinite?

So che non è esattamente per tutti così, ma io arrivo a casa alle 20:45, ben che vada. Mio figlio dorme. E’ il mio compagno a pensare alla cena e poche volte, nonostante gli esaurimenti nervosi, ci pieghiamo al cibo già pronto, ma a che prezzo? Che mangiamo alle 22, ben che vada. E che, ovviamente, le vivande più “elaborate” o le abbiamo preparate prima (spesso in grandi quantità e surgelate, tipo i legumi) o ci accontentiamo della fettina di carne con pane e insalata. Per fortuna viviamo in paese, ove pane e carne sono ancora buonissimi, ma quando vivevo in città non ne mangiavo più, ed ogni giorno era una pasta veloce a cena che si digeriva nel 2.000mai.

In ogni caso, la domanda chiaramente qui è: come mai arrivo a casa a quest’ora?
Beh, una buona porzione della faccenda deriva dalle frequenti richieste di terapie nel tardo pomeriggio. Si sa: a lavoro si finisce tardi, sempre più tardi. I negozi chiudono tardi, sempre più tardi. E tutti i nostri da fare sono in aumento, sempre più in aumento. L’ultima incredibile scoperta che ho fatto è che adesso anche la Tari è un tributo in autoliquidazione, quindi sono io che devo andare a calcolarmelo sul sito del comune di Palermo. Certo: meno impiegati per le istituzioni aziendaliste ( = maggiore risparmio) e sempre più da fari, furti di tempo e responsabilità a carico del singolo. Spesse volte mi sento in burnout per tutte le robe che si accavallano: ogni cosa si fa on line e tutto è una registrazione, un accesso, una procedura o una nuova burocrazia difficile da capire bene, nonché un tutorial da guardare. E così passano i minuti ed io rischio di dimenticarmi di guardare il cielo e che si cena alle 20:30 e che NON è “normale” vedere il proprio bimbo un’ora al giorno e che il tempo che si passa coi propri cari non può essere una rara eccezione, nonché che si va a letto in modo tale da dormire, come ci dicono le linee-guida OMS, almeno 8 ore.

Ma come è potuto accadere che Striscia la notizia si sia allungata e che i programmi della sera oggi inizino alle 21:30 circa? Com’è stato che gli orari di lavoro “diurni” si sono prolungati, alcuni anche fino alle 21? Com’è che nessuno questiona il significato e le conseguenze di questo tempo lunghissimo ma sempre strapieno di cose, che ci lascia estenuati a fine giornata …fine che non ha più neanche lontanamente a che fare con le 20:30 del mio ricordo infantile? Certe volte, mi sembra di non fermarmi mai; mi obbligo a guardare la puntata di una serie (per forza, un film dura troppo!) anche alle 23 pur di rallentare e di sedermi sul divano senza pensare ai doveri. “Rallentare”… finge. Al massimo la puntata durerà ¾ d’ora… è ciò tutto che mi posso concedere!

C’è sicuramente un sistema che ci infonde subdolamente nuovi adattamenti spacciandoli per nuovi bisogni e che normalizza tutto questo chiamandolo appunto “NORMALITA’”. Ed è così ci si convince che sia giusto, socialmente adeguato, conforme alla prassi consolidata cenare tardi e di fretta perché è tardi, passare sempre meno tempo in casa ed in famiglia perché questa è la vita “normale”, andare a fare acquisti alle 19 o la spesa alle 20 e magari anche l’1 maggio perché “lo fanno tutti” e “va bene a tutti”…

Tantissime volte su Abattoir abbiamo analizzato lo stile di vita neo-capitalistico, ed eccone qui un altro esempio: credo che sia oggi necessario andare al di là della teoria e spaccare il capello in 4, notare come uno stile di vita basato sul produci-consuma-crepa, sulla maggiore estrazione possibile di valore da oggi cosa&persona, lungi dall’assicurarci una vita di maggiore qualità, vada a discapito della Qualità della vita e a detrimento del sé e sia un furto alla Vera vita e alle sane relazioni, ad esempio familiari. Eppure, tutto ciò passa, dentro ognuno di noi, come “normalità”, come già dato e sempre esistito. Ecco perché è difficile scardinarlo e distaccarvisi come forse simboleggiano la famosa famiglia nel bosco o i principi della decrescita felice.
Sarebbe utile, in questo senso, approfondire il concetto di “Normopatia” e ricordare il progressivo allungamento della messa in onda di Striscia la notizia, che mi piace ricordare come si sia pure sottotitolata in una edizione “la voce della veggenza”... perché anche un simile – se vogliamo banale – mutamento è segno dei tempi che corrono e del nostro inghiottirci in silenzio la qualunque. Del fatto, insomma, che senza accorgercene “ci si ammala di normalità”.

La credenza collettiva associa al concetto di normalità un’accezione prettamente positiva, identificando in essa caratteristiche affini al benessere, alla tranquillità, al buon vivere civile. È normale ciò che è giusto, socialmente adeguato, conforme alla legge e alla prassi consolidata. Alla normalità si accompagna un senso di sicurezza, che mette al riparo da sensi di colpa, minaccia ed estraneità, dovuto alla convinzione di aver compiuto il proprio dovere. Di converso, allontanarsi da comportamenti collettivamente approvati costringe a confrontarsi con una dimensione non conosciuta e potenzialmente stigmatizzante. […] Normotica una dimensione esistenziale in cui la normalità diventa l’espressione sintomatica di un disagio […]. In un simile contesto la normalità perde le proprie connotazioni funzionali e degenera in un fattore patologico tutt’altro che adattivo, risultando unicamente finalizzato all’elusione dell’identità individuale. […] ci si adegua adesivamente, in ottemperanza ad un istinto di emulazione che lo invade senza riserve.

Guinsberg definisce il normopata come “colui che accetta passivamente come principio tutto ciò che la sua cultura gli indica come buono, giusto e corretto, non osando mettere in discussione nulla e spesso nemmeno pensare qualcosa di diverso salvo giudicare criticamente chi lo fa e anche condannarlo o accettare che lo condannino (qualcosa di molto simile a ciò che è politicamente e socialmente noto come la maggioranza silenziosa)”. La normopatia è la nuova forma di desoggettivazione: naturalizzata, normalizzata, finalizzata ad accettare i processi sociali come “naturali”.

Il cittadino ideale che desiderano molte società è il normopata, la persona che si adatta alle regole e segue la massa senza mettere in discussione nulla. In effetti, spesso assumiamo – a torto – che l’opinione comune non possa sbagliare. Partiamo dal presupposto che ciò che è normale sia corretto e positivo. Questa presunzione ci porta a pensare che ciò che tutti fanno sia politicamente accettabile e desiderabile. A quel punto, le opinioni e le reazioni della maggioranza iniziano a stabilire la norma ed esercitano una pressione più o meno sottile su chi si allontana dalla stessa. Ciò significa che tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo inoculato il germe della normopatia.

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