Dov’è il mio corpo? La mano, il destino, la frattura

Dov’è il mio corpo? di Jérémy Clapin è uno di quei film d’animazione che sembrano muoversi su due piani contemporaneamente: da un lato la precisione quasi chirurgica con cui costruisce immagini, ritmi e suoni; dall’altro la forza simbolica con cui trasforma una storia di perdita in una meditazione sul caso, sul destino e sulla possibilità di rinascere dopo un trauma. È un film che non chiede soltanto di essere seguito, ma di essere attraversato, interpretato e di catturarne l’essenza. Ed è proprio nel viaggio di una mano che vuole semplicemente ritrovare il suo corpo, e nei continui flashback, che sta la sua potenza.

La prima cosa che colpisce è il lavoro sulle due colonne sonore, sui rumori e sulle musiche: da una parte la dimensione più concreta, fatta di rumori, attriti, passi, traffico, silenzi e interruzioni; essi sono protagonisti sia nella sceneggiatura, attraverso l’uso di walkman e microfono, sia come sfondo che diventa primo piano nel doppio percorso della mano e della memoria. Dall’altra parte c’è un utilizzo emozionale della musica, che sottolinea il percorso interiore senza mai schiacciarlo. La mano non ha occhi né orecchie, ma magicamente, assieme al tatto, nel viaggio i sensi che normalmente trascuriamo diventano vivi più che mai. Tutto contribuisce a rendere reali, tangibili, gli eventi narrati, con un livello di dettaglio tipico di ciò che viene osservato avidamente da un bambino. Le immagini non sono mai decorative: sono pensate per far sentire il peso delle cose, la distanza tra i corpi, la consistenza delle superfici, la solitudine degli spazi. La Parigi del film non è una cartolina, ma un labirinto emotivo; il paesaggio urbano diventa il teatro di una disconnessione interiore.

Il cuore del film, però, sta altrove: nel rapporto tra caso e destino. La vita procederebbe in linea retta, la tua storia sarebbe già tracciata, ma errori, interruzioni, deviazioni improvvise sono sempre in agguato. Una linea tracciata con precisione può essere spezzata da un gesto minimo, da un incontro, da una distrazione, da un incidente. È qui che il film diventa profondamente umano: non perché offre consolazione, ma perché riconosce che l’esistenza è fatta di slittamenti. Il destino non è una traiettoria immobile; è qualcosa che può essere deformata nel momento in cui il soggetto prende coscienza della propria frattura.

In questo senso, la perdita della mano non è solo un elemento fantastico o surreale, ma la manifestazione concreta di una frammentazione del sé. Il corpo si separa, ma la separazione riguarda soprattutto l’identità. Naoufel, il protagonista, non è soltanto un uomo che ha perso una parte di sé: è un soggetto spezzato, sospeso tra lutto, isolamento e desiderio di ricostruzione. La mano che viaggia è la parte errante di un’identità dispersa, che cerca se stessa, il tentativo quasi impossibile di ricongiungere ciò che il trauma ha diviso. Il film racconta così una battaglia contro la dispersione, contro la sensazione che dopo una perdita profonda non si possa più tornare interi, non si possa tornare indietro come il nastro registrato permette di fare più e più volte.

Ed è proprio qui che entra in gioco la dimensione della rinascita. Ma non una rinascita semplice, lineare o rassicurante. In Dov’è il mio corpo? rinascere significa attraversare il rischio, accettare l’ambiguità, esporsi a una trasformazione che potrebbe assomigliare anche a una fine. Il salto nel vuoto, la deviazione, il gesto improvviso non sono soltanto atti di ribellione: sono il punto in cui un’esistenza ferita prova a smettere di subire la propria storia. La rinascita non cancella il trauma; lo assume come condizione da cui può nascere un’altra forma di presenza nel mondo, una potatura necessaria per far nascere nuovi germogli.

Dentro questo percorso, l’ossessione per Moby Dick acquista una forza notevole. Come nel romanzo di Melville, qui l’ossessione non è solo caccia a qualcosa di esterno: è una forma di attrazione verso un vuoto che non si riesce a colmare, una sfida tra sé e le forze naturali, l’ossessione che ti porta sino alla morte. Qui la balena diventa mosca, e il consiglio del padre di prevedere dove la mosca andrà per catturarla è il simbolo dell’uomo che combatte il caso, incarnato nel film da una capra bianca. C’è l’idea di inseguire un segno, un oggetto, un fantasma, come se prenderlo significasse finalmente dare un senso alla perdita, catturare la mosca per onorare il padre e fottere il caos. Il caos però scivola tra le mani, come sabbia tra le dita, e l’ossessione del suo controllo non salva: mette in moto, consuma, spinge oltre. È una forza ambigua, insieme distruttiva e vitale. Nel suo ostinato inseguire, la mano non cerca solo il corpo, il ragazzo non cerca solo la ragazza o una spiegazione agli eventi: cerca una forma per il proprio dolore, un fragile igloo in cui proteggersi dal freddo.

Per questo Dov’è il mio corpo? resta un film così raro. Perché riesce a essere insieme intimo e cosmico, concreto e simbolico, delicato e spietato. Parla di lutto, di trauma, di amore e di perdita senza mai rinunciare alla dimensione visiva e sensoriale del cinema. E soprattutto mette in scena una verità semplice ma terribile: a volte ci si ritrova proprio nel momento in cui ci si perde ancora di più. Ed è proprio lì, nella frattura, che può aprirsi la possibilità di un nuovo destino.

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