Tecnofeudalesimo: al servizio del signorotto digitale

Non so se avete mai sentito questo termine, tecnofeudalesimo. E no, non c’entra niente il Dj che spara musica aun festival a tema Game of Throne ma è una teoria socio-politico-tecnologica (guarda, meglio che te lo spiego spicciolo, perché a tecnicismi non sono brava).

Il feudalesimo vedeva signori proprietari di terre e affittuari che le lavoravano e ci campavano e pagavano al signorotto. Il tecnofeudalesimo è l’idea che, invece di un’economia basata su mercato e cittadinanza piena, stiamo scivolando verso un sistema dove grandi piattaforme e corporation digitali si comportano come nuovi signori feudali: hanno terre (dati), castelli (server), eserciti (algoritmi) e sudditi (noi), che pagano in attenzione, lavoro gratuito o abbonamenti per restare dentro le mura. Non è fantasia distopica: è una lente per leggere come potere, ricchezza e controllo si stanno ristrutturando nell’era digitale.

Il termine non ha un solo inventore canonico, ma è stato sviluppato e diffuso da diversi intellettuali e osservatori critici della tecnologia negli ultimi anni. Tra i riferimenti più citati ci sono scrittori e accademici come Evgeny Morozov (critico della tecnologia), Nick Srnicek (política tecnologica), e commentatori come Alex Williams e altri autori che hanno parlato di capitalismo della sorveglianza.

Proprietà dei dati come signoria: le piattaforme raccolgono montagne di dati che valgono più dell’oro. Google e Meta non possiedono “case” fisiche come i baroni medievali, ma possiedono informazioni su abitudini, relazioni e preferenze — risorsa centrale per imporre tasse sotto forma di pubblicità mirata o prezzi personalizzati.

Diritto privato sopra il pubblico: regole decise da Terms of Service, moderazione algoritmica e ban discrezionali sostituiscono spesso norme pubbliche e processi democratici. Un social può sospendere un account, un algoritmo può decidere cosa vedi, con poca trasparenza.

Economia delle “enclosures” digitali: come i latifondi recintati, le piattaforme chiudono l’accesso a risorse chiave (API, dati, integrazioni) e costruiscono ecosistemi proprietari che bloccano l’interoperabilità. Risultato: sviluppatori e concorrenti devono pagare o adeguarsi, gli utenti restano “intrappolati” per non perdere app, acquisti e connessioni, e le piattaforme sfruttano commissioni e dati per mantenere il controllo. Un esempio pratico: con una smart home proprietaria, cambiare ecosistema può significare sostituire dispositivi o perdere funzionalità, proprio come se il signore del feudo chiudesse il cancello.

Volete qualche esempio concreto? Beh, tipo Amazon! Controllo della logistica, dei marketplace e dei prezzi; dipendenza dei venditori dalla piattaforma; sfruttamento di lavoratori nei magazzini. Oppure Apple e Google: ecosistemi chiusi (App Store/Play Store) che impongono regole, commissioni e limitano alternative; controllo sugli update e sugli accessi alle piattaforme.

Il tecnofeudalesimo limita le libertà economiche e politiche: meno contratti collettivi, meno controllo democratico, più dipendenza da attori privati. Se non regolato, questo sistema tende ad amplificare disuguaglianze e a trasformare diritti pubblici in privilegi concessi dal “signorotto” digitale.

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